Odisseas Elitis ,” În seninul Iulitei”

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Odisseas Elitis ,” În seninul Iulitei”

Și într-un fragment din Briseis, și într-o scoică din Eurypus
Se află ce vreau să spun. Trebuie să fi avut o foame sălbatică de bunătate august,
Ca să dorească briza; astfel încât să lase un pic de sare în gene, cum
Și pe cerul senin al cărui nume de bun augur l-ai auzit printre multe altele
Dar în adâncimi e seninul Iulitei
Parca precedat de trecerea respirației unui copil
Atât de clar ascuțiți stăteau înainte-ne munții
Și un antic gângurit de porumb tăind valul pierind.

––––––

De vom continua să fim perceptibili ca oameni care-și
Petrec viața sub bolți împletite-n tritoni de smarald atunci
Într-o jumătate de clipă de după amiază
Perfecțiunea absolută
într-o grădină de zambile o sa ajungă, zambile
nicicând destinate ofilirii. Ceva cenușiu
Luminat de un singur strop de lămâie când
Ceea ce am vrut să spun chiar de la început îl vedeți gravat
Cu trăsături ascuțite
în albastrul Iulitei.
**
Traducere de Catalina Franco-
**

Anche in un frammento di Briseide e in una conchiglia dell’Euripo.
È quel che intendo. Deve avere avuto una fame selvaggia di bonaccia agosto
Per volere il meltèmi; così da lasciare un po’ di sale nelle ciglia
E nel cielo un blu il cui nome benaugurante sentirai tra molti altri
Ma nel profondo è il blu di Iulita
Quasi preceduto dal passaggio del respiro di un bimbo
Se tanto nitide si stagliano le montagne di fronte
E una voce di antica colomba fende l’onda e si perde

Se il bene è sacro sarà il vento
A restituirlo. Si riproduce così tanto Eu-
Morfia dai suoi stessi figli e si fa grande l’uomo prima che due o tre volte
Lo raffiguri il sonno
Nel suo specchio.
Raccogliendo mandarini o ruscelli di filosofi
Se non anche un villaggio brulicante di api sul pube. E sia
L’uva rende scuro il sole e più chiara la pelle
Chi ci rivendica se non la morte?
Chi compie atti ingiusti su ricompensa?
La vita è un accordo
cui si interpone un terzo suono
Ed è questo che dice veramente cosa getta il povero
E cosa accumula il ricco: fusa di gatto agnocasto intrecciato
Assenzio con capperi parole in evoluzione con una vocale breve
Abbracci da Citera. Così su cose simili si avviluppa
L’edera e cresce la luna perché gli amanti vedano
In quale blu di Iulita puoi leggere la ragnatela del destino
Ah! Ho visto molti tramonti e attraversato corridoi
Di antichi teatri. Ma il tempo non mi ha mai dato in prestito la bellezza
La vittoria da ottenere contro l’oscurità e l’estensione dell’amore da
prolungare così che
Più brillante e melodioso sia dal suo pulpito
Il canto dell’allodola dentro di noi
Nuvola accigliata che un semplice «no» solleva come piuma
E poi di nuovo cade e tu sei sazio sazio sazio di pioggia
Diventi coetaneo dell’intatto senza conoscerlo e continui
A farti il solletico con le tue cugine negli angoli segreti del giardino
Domani un suonatore girovago ci innaffierà di fiori notturni
E resteremo nonostante tutto un po’ infelici
come accade nell’amore
Ma dal mastice dell’argilla sale un sapore eretico della terra
Per metà di odio e sogno per metà di nostalgia

Se continueremo a essere percepibili come uomini che
Trascorrono la vita sotto volte screziate da tritoni di smeraldo allora
Mezzo secondo dopo mezzogiorno
La perfezione assoluta
sarà raggiunta in un giardino di giacinti
Mai più destinati ad appassire. Qualcosa di grigio
Che una sola goccia di limone rischiara quando
Quel che fin dall’inizio intendevo lo vedi incidersi
Con caratteri nitidi
nel blu di Iulita.

Thomas Bernard,”Quest’anno è come l’anno di mille anni fa”

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Quest’anno è come l’anno di mille anni fa,
noi portiamo la brocca e sferziamo la schiena della vacca,
falciamo e non sappiamo nulla dell’inverno,
beviamo mosto e non sappiamo nulla,
presto saremo dimenticati
e i versi svaniranno come neve davanti alla casa.

Quest’anno è come l’anno di mille anni fa,
guardiamo nel bosco come nella stalla del mondo,
mentiamo e intrecciamo cesti per mele e pere,
dormiamo mentre le intemperie consumano
davanti alla porta le nostre scarpe infangate.

Quest’anno è come l’anno di mille anni fa,
non sappiamo nulla,
non sappiamo nulla del declino,
delle città sprofondate, del vortice in cui sono affogati
cavalli e uomini.

Da“Sotto il ferro della luna” – trad. di Samir Thabet